Spesso le nostre coscienze si trovano dinanzi ad un bivio quando si toccano delle tematiche di particolare rilievo etico e morale. Ed a quel punto imboccare una strada, o quella opposta, diventa alquanto problematico. E’ anche vero che nella maggior parte dei casi il nostro pensiero si lascia condizionare da fattori esterni, come l’appartenenza ad un gruppo, i precetti imposti dalla dottrina religiosa, o ancora sentimenti come odio, amore o senso di colpa. Questo è quello che normalmente accade a tutti gli uomini, e dato che chi crea le leggi e decide cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi sceglie i limiti entro cui un fatto rientra nella legalità o meno, sono gruppi di uomini è loro facilmente perdonabile l’essere influenzati nelle scelte che pongono in essere per tutti noi. Meno facile è però accettare le contraddizioni, tanto più quando queste risultano essere particolarmente evidenti.
Per ragioni di studio mi ritrovo a dover approfondire la tematica relativa alla pena di morte, la quale grazie a Dio sembra essere sempre più sulla via dell’abolizione, e riflettevo su quanto labile sia il confine di certe teorie a questa ricollegate. Le ragioni degli antiabolizionisti risiedono fondamentalmente nella funzione preventiva, nel senso che la paura di vedersi inflitti come pena la morte dovrebbe dissuadere dal commettere omicidi, e nella funzione retributiva, ovvero per risarcire in qualche modo le famiglie delle vittime con la “vendetta” che tanto ricorda l’atavico “occhio per occhio, dente per dente”. Ma vi sorprenderà scoprire che, secondo numerossimi studi, a parità di condizioni negli stati ove è praticata la pena di morte vi è un più alto tasso di mortalità a causa di omicidio. Gli esperti attribuiscono a questo fenomeno, che a una prima occhiata sembrerebbe essere contro ogni logica, al cosidetto “effetto di brutalizzazione” che l’esecuzione capitale avrebbe in quelle zone. Daltra parte viene meno anche la funzione retributiva, dato che è stato provato che le famiglie delle vittime dopo l’esecuzione si sentono peggio di quanto non stessero in precedenza, e non considerino soddisfatto il loro bisogno di “vendetta” neanche in minima parte. Gli abolizionisti invece perpetrano la loro causa portando come vessillo la dignità umana e l’assoluto rispetto per la vita, anche di chi si è macchiato di un’orribile crimine quale è l’omicidio. Sono del parere che perdonare è difficile, una madre in cuor suo non potrà mai perdonare l’assassino del figlio, ma a che servirebbe aggiungere ad una morte un’altra morte? Così come corrisponde al vero l’affermazione secondo la quale vi sono persone che non meritano di vivere, secondo il nostro metro di giudizio, ma in fondo chi siamo noi per decidere chi vada privato legalmente della vita e chi no?
Sono fermamente convinto del fatto che la vita dà e di conseguenza è la vita che deve togliere. Non so rispondere alla domanda se esiste un Dio o un’entità a noi sovraordinata e che in quanto tale decida chi è meritevole e chi no, ma non ho dubbi sul fatto che non possa essere un uomo a privare della vita un’altro uomo per punirlo dello stesso crimine di cui si è macchiato. E’ una contraddizione assurda. Trovo ripugnante che una società che ama definirsi civile possa ammettere ed in alcuni casi auspicare l’omicidio, perchè è di questo che si parla, come pena. Tra l’altro, ed è una cosa che deve far riflettere, vi sono stati parecchi casi di soggetti uccisi dal sistema giudiziario, nonostante avessero più volte rimarcato la propria innocenza, e di cui si è scoperto dopo essere totalmente estranee ai fatti. Il sistema è dunque fallibile, in quanto tale da considerarsi imperfetto, e di conseguenza anche solo per questo motivo vi è l’assoluta necessità di abolire l’intero sistema della morte. Ma così non è stato sino ad oggi, anche se il movimento degli ultimi anni ha portato a vittorie importanti registrando una netta diminuzione dei paesi praticanti la morte come pena. L’augurio e la speranza è quello di assistere ad un post-moratoria della pena di morte indirizzato in tal senso da tutti i paesi della comunità internazionale, in maniera tale da dar vita ad una nuova stagione di rispetto dei diritti umani non solo nei paesi cosidetti civili ma nel mondo intero.
Danilo G. Cacucciolo




