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Il congresso di rifondazione comunista si è chiuso, e al contrario di ogni più banale previsione ha visto trionfare la mozione dell’ ex ministro paolo ferrero. Da un lato tale vittoria è una sconfitta, perchè è stata mancata l’occasione di rifondare un partito che necessita urgentemente di un’attualizzazione delle sue linee programmatiche, ma dall’altro sintetizza l’incapacità, da parte degli stessi militanti comunisti, di ammodernarsi. Pertanto, Il vero problema di rifondazione comunista, non è il leaderismo a lungo condannato da vendola, quanto invece l’incapacità da parte del popolo di rifondazione di ridisegnarsi nell’ottica di una sinistra riformista. La vittoria di ferrero equivale alla vittoria di una sinistra retrò e conservatrice decisamente diversa, e forse meno opportuna per il partito, rispetto a quella immaginata dal comunista di nuova generazione vendola. In un momento in cui la sinistra radicale doveva rivedere le sue prospettive politiche, lasciando l’esclusiva del partito di lotta al nostalgico diliberto, l’elezione di ferrero rappresenta l’inizio di una regressione, che porterà il partito all’inevitabile emarginazione politica. Ferrero, infatti, riuscirà sicuramente a riportare l’ex partito di bertinotti in parlamento, ma al prezzo di un ruolo politico che li vedrà comunque tra i banchi dell’opposizione. A questo inoltre bisogna aggiungere quello che sarà il destino di quel 47% rappresentato da vendola all’interno del partito, e che difficilmente resterà per tre anni a fare opposizione al neo segretario ferrero, piuttosto infatti è probabile che finisca per confluire in quello che oggi è ancora un embrione dei nuovi ds ossia la corrente dalemiana red. Con ferrero ha dunque vinto l’orgoglio comunista, ma ha perso l’idea di un partito capace di guardare al suo futuro. Davvero un peccato, perchè vendola sarà pure un mediocre governatore, ma resta comunque un eccellente pensatore politico, e prova ne sia l’idea avveniristica di sinistra che si era immaginato per il suo partito.

Auro Buttiglione

Fa discutere giustamente la volontà del governo di regolamentere l’uso delle intercettazioni da parte della magistratura, non soltanto per aggredire quel 30% dei costi a carico del ministero riconducibili all’utilizzo di questo mezzo inquirente, ma anche per arginare gli effetti di uno strumento oramai divenuto lesivo della privacy. Attenzione però a non utilizzare la ragione legittima dell’intervento, per  realizzare una sorta di caccia alle streghe, nei confronti di una magistratura in parte sfuggita al controllo della politica, e le cui perplessità sono fondamentali per un costruttivo ragionamento. L’invito del quirinale inoltre è stato quanto mai opportuno, confermando oltretutto come l’uscita di scena della sinistra abbia restituito ossigeno al capo dello stato, perchè ha definito i margini entro i quali deve necessariamente incanalarsi e svilupparsi un confronto divenuto improrogabile, e che necessita per l’entità della fattispecie che ne è oggetto della massima convergenza politica, ma soprattutto di un’intervento figlio della massima volontà politica, quindi del Parlamento. Disciplinare infatti le intercettazioni tramite un decreto anzichè attraverso un disegno di legge, sarebbe stato non soltanto un errore, ma soprattutto un intervento peggiorativo di quello che è un tema delicatissimo, e per questo bisognoso della massima sintesi tra politica e categorie (magistratura). Scendendo però nel merito del provvedimento, è evidente un impostazione sbagliata dello stesso, dato infatti che non bisogna intervenire sulle tipologie di reato interessate dall’utilizzo delle intercettazioni, quanto sull’uso da parte di organi esterni alla magistratura dei resoconti cartacei delle stesse. Calibrare le intercettazioni soltanto su determinate fattispecie di reato, determinerebbe infatti uno squilibrio di efficienza all’interno del sistema inquirente, perchè rafforzerebbe l’opera di neutralizzazione di determinati illeciti, ma al tempo stesso faciliterebbe il proliferarne di altri, che per legge sarebbero esenti dal subire gli effetti di un simile mezzo investigativo. Occorre dunque rivedere la sostanza del provvedimento, perchè se lo scopo dell’intervento da parte del legislatore è la salvaguardia della privacy, allora è evidente che siamo fuori traccia. Per questo condividendo l’attribuzione ad un organo colleggiale e non monocratico, del potere di autorizzare e monitorare l’attività investigativa realizzata mediante l’utilizzo delle intercettazioni, credo che non si debba procedere all’individuazione di specifici pacchetti di reati cui applicare il provvedimento, e piuttosto si deve estendere il divieto assoluto di pubblicare a mezzo stampa ogni genere di resoconto derivante dalle intercettazioni sia questo di carattere privato o pubblico. Gli accadimenti di questi ultimi mesi, ci hanno infatti insegnato come la gogna mediatica sia capace di colpire molto più duramente di quella giudiziaria, e per questo occorre mantenere nell’interesse della magistratura e dei singoli (ecco la vera tutela della privacy) la massima riservatezza in merito alle indagini, fino a quando non ci sia piena chiarezza sulla fondatezza dei presunti illeciti per i quali sono in corso le indagini. C’è quindi un diritto all’informazione che va nel caso specifico rivisto e limitato, dato che troppo spesso l’esercizio di quella prerogativa di una vita democratica ha finito per sentenziare al posto dei giudici. Grande attenzione dunque a non perdere di vista la vera causa che ha reso lacunoso e  bisognoso di una regolamentazione l’uso delle intercettazioni, perchè diversamente la legittimità di un intervento non solo peggiorerà la situazione, ma soprattutto diventerà oggetto di strumentalizzazioni da parte di quei politici, come di pietro, che vedono in ogni legge un’interesse di berlusconi da tutelare.

Auro Buttiglione

Ufficialmente il quarto governo berlusconi è partito, ma al contrario di ogni consuetudine politica quello che oggi maggiormente colpisce, non è la fiducia ottenuta alle camere, quanto la portata del discorso pronunciato dal capo del governo. Al di la dei singoli punti programmatici che hanno fatto da contorno al discorso di insediamento del nuovo esecutivo, c’è qualcos’altro che ne ha marcato le differenza, e mi riferisco ai continui richiami al dialogo, accompagnati da gesti oggettivamente distensivi, che berlusconi ha lanciato all’opposizione. Precisiamo subito però, che tali aperture erano ben calibrate, nel senso che non’erano rivolte all’udc o all’italia dei valori, ma bensì solo e soltanto al partito democratico. E’ importante puntualizzarlo perchè diversamente non sicapirebbe la portata reale di quanto accaduto. Nelle parole e nei gesti consumati con veltroni, c’è infatti una strategia precisa del cavaliere, che va ben oltre l’intenzione di convergere il più alto consenso politico, sulle riforme istituzionali di cui necessita lo stato; e questo per certi versi potrebbe tranquillizzare i terrorizzati dalla lega nord. Ammaliare infatti l’opposizione targata veltroni, significa per berlusconi arginare l’onda durto del peso politico assegnato e aquisito dalla lega di bossi, nella consapevolezza quindi che il suo mandato sarà pieno ma comunque non privo di complicazioni da parte degli alleati leghisti. In altre parole in un parlamento in cui la nuova maggioranza può dire di essere tale anche al senato, berlusconi ha voluto giocare di anticipo evitando che col passare dei mesi la sua maggioranza si trovi ad essere quotidianamente logorata dai dissidi interni alla coalizione, che se pur ridotta rispetto a quelle dei precedenti governi comunque presenta al suo interno anime turbolenti, che non hanno esitato già dal primo consiglio dei ministri a far assaporare le loro intenzioni. Dunque il cavaliere dopo aver lavorato con l’immaginazione e preso atto di quanto stava accadendo tra i banchi dell’opposizione, dove veltroni sotto il pungolo di follini sollecitava un dialogo con l’udc, ha pensato bene di mettersi di traverso ai centristi (combattuti oramai come le streghe, visto che una riforma del sistema elettorale per l’europee li metterebbe seriamente a rischio estinzione), ma anche a quegli alleati come bossi che prima o poi, al primo no o alla prima proroga sul federalismo, potrebbero imbracciare i fucili ma questa volta contro il loro primo alleato. Volendo utilizzare un termine tipicamente politico, potremmo dire che berlusconi si è creato da se una norma anti ribaltone; e questa è stata una trovata ancora più geniale di quella di san babila. Daltronde nella rozza retorica di di pietro e nella definizione casiniana di opposizione repubblicana, si intravedono le comuni paure di un’inciucio tra pd e pdl che potrebbe pesantemente eclissarli, ma anche i diversi rimedi che singolarmente l’italia dei valori e l’udc intendono adottare. Se infatti da un lato di pietro attacca senza però avere una chiara strategia, dall’altro l’astuto casini (anticipato dal più esplicito baccini), getta le basi per un ritorno a casa e temporeggia, nella speranza che il tempo con le sue difficoltà gli offra qualche assist per riemergere più dignitosamente. Inoltre nello stesso dinamismo correntizio di d’alema, che vorrebbe riappropriarsi dell’ala laica del pd, sono evidenti le paure di veltroni che vede così in pericolo non solo la sua leadership, ma anche il progetto politico del pd ( visto che d’alema ripropone l’idea della vecchia grande coalizione). Paure, diverse e trasversali, ma pur sempre paure, che da berlusconi a veltroni passando per casini segneranno inevitabilmente il corso della legislatura, e che potrebbero rappresentare sì l’inizio della terza repubblica, ma anche una continuazione della seconda. Vedremo.

Auro Buttiglione

Lo definirei in linea di massima buono l’esecutivo del quarto governo berlusconi, con la presenza di uomini d’esperienza ma anche di personalità nuove e promettenti. Un’esecutivo quindi equlibrato, che vede nei veterani come maroni, matteoli, tremonti e frattini, il giusto contrappeso per supportare coloro che invece entrano a far parte di un governo per la prima volta come: carfagna, meloni o alfano. Incardinare alla guida dei ministeri più inportanti i navigati della politica è stato opportuno per garantirsi, con l’ausilio delle singole esperienze, un’efficente operatività, ma al tempo stesso impegnare in ministeri minori figure politiche nuove e per certi versi cariche di specifiche conoscenze tecniche, è stato altrettanto opportuno, considerato lo spirito riformatore ed innovativo che deve trainare il nuovo governo. Certo la scelta di includere la carfagna doveva essere maggiormente ponderata, visto la brevità della sua personale esperienza politica, ma tuttavia la limitata autonomia di un ministero senza portafoglio sarà sufficiente ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, nel senso che consentirà alla carfagna di esprimere nel modo migliore la sua nota buona volontà, senza però pagare il prezzo della poca esperienza accumulata. Discorso simile per fitto e meloni, che saranno a capo di due ministeri perfettamente a misura delle loro capacità e delle loro singole esperienze, dato infatti, che fitto proviene da un lungo percorso nella politica regionale e la meloni da uno, altrettanto lungo, negli apparati giovanili di an. Stesso dicasi, infine, per alfano che sebbene chiamato a dirigere il ministero più carico di responsabilità, godrà proprio per questo di una maggiore attenzione da parte di berlusconi e letta, e questo insieme alla sua esperienza di giurista oltre che di politico, non potrà che aiutarlo a trovare la migliore applicazione. Sulle restanti matricole come: zaia o gelmini, non c’è per il momento nulla da aggiungere, ma considerate le specifiche competenze tecniche e politiche maturate soprattutto da zaia, credo sia stato opportuno valorizzarne le capacità. Certamente la lega ha strappato ministeri importanti, ma sebbene bossi e calderoli siano riusciti ad aggiudicarsi rispettivamente quelli delle riforme e della semplificazione legislativa, comunque godranno di un’autonomia rallentata, trattandosi di due ministeri senza portafoglio, e questo da un punto di vista politico non’è poco. Ma volendo essere più espliciti nel caso di calderoli, bisogna ringraziare il giovane gheddafi, dato che il ridimensionamento dell’istrionico leghista va letto anche in chiave libica. Tuttavia incastrare uomini della lega e di alleanza nazionale ai ministeri dell: interno,della difesa e delle politiche comunitarie, non può che favorire una soluzione dell’annoso problema della sicurezza. Ci sono in definitiva dei presupposti interessanti e promettenti, che adesso dovranno trovare concretezza nei fatti e senza alcun alibi, visto oltretutto che il pungolo del governo ombra, sarà soltanto l’ennesimo tentativo per spacciare come nuovo un modo di fare politica che in realtà è vecchio. In altre parole solo un modo diverso per identificare, quella che un tempo si chiamava opposizione.

Auro Buttiglione

Avrei volentieri fatto a meno di replicare all’articolo pubblicato ieri su questa testata, a firma del Commissario Provinciale dei Giovani Udc Sergio Adamo, ma il dovere di esporre i fatti per quelli che sono, mi ha imposto di rettificare la sua dichiarazione. Nel leggere l’articolo, ho avuto un iniziale moto di sorpresa subito dissoltasi però nel constatare che chi scriveva non aveva compreso il senso del mio precedente intervento, argomentando con affermazioni fuori luogo e palesemente inesatte. Sarà forse che il commissario Adamo ha la memoria corta, ma dovrebbe rammendare che chi è andato via autonomamente e per ragioni interne all’Udc, gli ha lasciato in eredità un movimento giovanile tutt’altro che inesistente, anzi strutturato al punto da eleggere un Segretario Provinciale in un regolare congresso e che ancora oggi costituisce le fondamenta del giovanile da lui attualmente coordinato. Purtroppo Adamo non ha, a mio avviso, ancora capito che chi coordina un gruppo di ragazzi dovrebbe fare analisi e sintesi dei pensieri espressi dalle anime che compongono il giovanile, dovrebbe dire i fatti per quello che sono, dovrebbe aver rispetto per chi lo ha preceduto e del cui lavoro oggi gode i frutti, dovrebbe avere il coraggio di prendere posizione nelle questioni che riguardano il partito senza attendere indicazioni dall’alto o vedere dove il vento spira più forte. L’intervento di ieri, mi duole dirlo, è figlio di quell’impostazione di pensiero che la politica tende ad imprimere a chi si forma tra le sue braccia, anche se è piuttosto grave che sia un giovane dirigente di partito ad esprimere determinati concetti che, anzi, dovrebbe essere fortemente critico con un modo di fare e pensare la politica stessa che sia parziale e farisaico. Ma questa ovviamente è solo un’analisi politica, nulla di personale.

Danilo G. Cacucciolo

Da ex Segretario Provinciale del movimento giovanile udc di bari, sento il dovere ed il bisogno di intervenire sulla questione delle opzioni alla Camera che hanno penalizzato la Provincia di Bari e la BAT. Riflettevo sul fatto che, essendo fuoriuscito da più di un’anno e mezzo, non sarò costretto ad umiliarmi dinanzi ai ragazzi che si sono impegnati per raggiungere un obiettivo, l’hanno centrato dedicandosi con impegno alla causa, e spiegare loro che sono stati depauperati di un seggio che sentivano un pò anche loro per delle logiche di partito che con la politica hanno ben poco a che vedere. Il comportamento che i dirigenti nazionali hanno posto in essere equivale ad un duplice tradimento, il primo nei confronti di Salvatore Greco e Nicola Giorgino che hanno speso il proprio nome per il partito e che per esso lavorano da anni, il secondo ben più grave nei confronti di un territorio che gli ha tributato un risultato ben oltre le aspettative ricevendo in cambio l’assenza dal territorio stesso di un deputato di riferimento. Ma del resto la storia è maestra di vita, e Casini, Cesa e compagnia cantante non sono nuovi ad episodi del genere, ieri infatti era toccato ad altri come Lombardo e Rotondi, oggi è la volta di Greco e Giorgino, domani toccherà senza dubbio a chi avrà la scelleratezza di rimanere in un partito ove sono tre o quattro persone a fare il bello ed il cattivo tempo, e che decidono solo ed esclusivamente in base a ragioni ad personam senza tener conto del voto popolare, vera ed unica espressione di democrazia. Leggevo su una testata locale che i dirigenti dell’udc della Provincia di Bari stanno seriamente vagliando l’ipotesi di uscire dal partito. Ma dico scherziamo? C’è ancora bisogno di vagliare? Eh sì, il problema è proprio che sino a quando la base non avrà il coraggio di decidere compattamente del proprio partito, limitandosi a lamentarsi e subire passivamente le decisioni calate dall’alto ma senza agire, difficilmente riuscirà ad ottenere il rispetto che alla luce del voto meriterebbe e che si è guadagnato. Vorrei tanto solidarizzare con chi ha subito quest’onta, ma non potendo affermare che non era prevedibile, mi riservo bene dal farlo. Ad maiora!

Danilo G. Cacucciolo

Ex Segretario Provinciale Movimento Giovanile UDC Bari

(Articolo pubblicato sul quotidiano locale “Barisera”)

Non ho mai nascosto il mio scetticismo nei confronti di veltroni e della sua idea politica, ma oggi più di ieri mi sento rafforzato non solo nello scetticismo, ma anche nelle ragioni che qualche mese fa, mi portarono a non aderire al partito democratico. A pochi giorni dal voto il partito dei partiti, almeno così veniva pubblicizzato agli occhi dell’opinione pubblica, è già precipitato in una crisi profonda, che se ricondotta all’esito delle elezioni potrebbe considerarsi naturale, ma che invece nel caso specifico sembra strumentalizzare la sconfitta subita per regolare diversi punti in sospeso. Più precisamente, negli attegiamenti di d’alema e compagni, si intravedono i tratti evidenti di una strategia tesa a disarcionare veltroni; e a conferma di questo presentimento sono significative sia l’irrevocabile candidatura di bersani sia le pesanti parole del taciturno follini, che ha preteso un’analisi seria e non una auto consolazione. Insomma la sonora sconfitta e la vittoria di alemanno, hanno segnato l’inizio dell’epilogo veltroniano, ma soprattutto hanno mostrato finalmente il vero volto del pd, fatto di logiche e prassi vecchio stile. Tuttavia non era necessario spingersi tanto oltre, dato infatti che lo stesso veltroni all’indomani della sconfitta aveva cambiato radicalmente stile e linguaggio, passando dai panni del prete prestato alla politica a quelli del politico prestato alla politica. La domanda che allora mi pongo è: che fine hanno fatto il veltroni e il pd dell’italia nuova, considerata la metamorfosi veltroniana e l’improvvisa ostilità del partito verso la ricetta politica di walter ??. In realtà non c’è mai stata una comunanza di vedute, ma soltanto di strategie. Lo stato maggiore dei ds (dato che la margherita è da considerarsi, dopo la fine di rutelli e marini, definitivamente sciolta), aveva come nel 2006 e nel 1996 costruito l’ennesimo miraggio elettorale, che in realtà aveva cambiato denominazione ma non contenuto, e che tuttavia questa volta non è riuscito a colpire l’immaginario collettivo. Prima l’ulivo, poi l’unione, e in ultimo il pd, hanno di fatto rappresentato la sintesi di un compromesso forzato e pronto da un momento all’altro ad implodere; se lo ricorda bene prodi, e inizia a prenderne coscienza anche veltroni. La fortuna a questo punto, è che sono entrati in parlamento come opposizione, perchè in caso contrario non solo sarebbe stato difficile gestire bonino e di pietro, ma soprattutto sarebbe stato difficilissimo fare sintesi tra cattolici e laici, se consideriamo che l’alleanza venuta meno in parlamento con la sinistra estrema, è comunque sopravvissuta nelle realtà territoriali, e questo avrebbe rappresentato un serio problema anche in vista delle prossime tornate elettorali. Il pd veltroniano è quindi finito, insieme a quell’affascinante idea politica che aveva fatto breccia nei cuori di tanti giovani, ma il suo cammino continuerà fino al congresso in programma per il 2009, e che vedrà non solo il passaggio di consegne tra veltroni e bersani, ma soprattutto il ritorno del partito democratico alla vera natura di ogni partito. I sostenitori di veltroni possono quindi godersi il loro sognatore ancora per qualche mese,  ma nel futuro del pd non ci sarà più posto per i sogni. Daltronde come mi disse una volta follini: se in politica fallisci, quel fallimento ti marchia per sempre.

Auro Buttiglione

Succede ormai da qualche mese a questa parte che, ogniqualvolta uno stato americano vada alle urne per eleggere i delegati alla Convention Democratica, si parli di ultima spiaggia per Hillary Clinton. E’ vero, la Senatrice dello Stato di New York è in svantaggio di circa 133 delegati rispetto al suo avversario, così come corrisponde al vero il fatto che ci si avvicina sempre più il momento della Nomination che stabilirà chi dovrà sfidare il veterano del Vietnam John “Rambo” McCain e di conseguenza il numero dei delegati eleggibili è sempre più scarso. Non si tiene conto però che a fare la differenza, in un modo o nell’altro, saranno i 796 Superdelegati che non avendo vincolo di voto potrebbero cambiare preferenza all’ultimo momento, modificando gli assetti e gli equilibri ritenuti ormai ampiamente stabili e ribaltare o consolidare un risultato che si credeva ormai acquisito. E dal momento che la politica è in primis l’arte del possibile, fatti due conti, finchè ci sarà uno scarto simile a quello che c’è oggi tra i due candidati l’incertezza la farà da padrone. Tanto più che la vittoria in Pennsylvania non solo ha consentito alla Senatrice Clinton di accorciare il distacco in termini di delegati, ma ha infuso un’ulteriore dose di entusiasmo che faciliterà di sicuro il suo sprint finale. Di sicuro 10 punti percentuali di distacco sono un risultato importante e ad un mese e mezzo prima della conclusione delle primarie Hillary ha ancora possibilità di rosicchiare delegati un pò qui ed un pò là, riducendo ancora lo svantaggio e giocando sui Superdelegati sarebbe ancora ampiamente in lizza per la Nomination. Ovviamente il fatto che Obama sia in vantaggio vuol dire qualcosa, anzi significa tantissimo così come da non trascurare è il dato che i suoi maggiori elettori sono giovanissimi, ma a mio avviso è un pò troppo acerbo politicamente per poter aspirare alla Presidenza dello Stato che senza dubbio governa il mondo intero. In ogni caso i tempi stringono e a brevissimo sapremo chi sfiderà McCain, i sondaggi dicono che Hillary avrebbe più possibilità di batterlo rispetto ad Obama. Peserà questo nel voto degli ultimi Stati Americani e dei Superdelegati ancora indecisi?

L’ennesimo atto criminale consumatosi nella periferia romana, avrà inevitabilmente delle ricadute sul ballottaggio tra rutelli e alemanno. La tragedia della fattispecie, infatti, regalerà al candidato del pdl degli spunti programmatici difficilmente arginabili da rutelli, ma soprattutto gli consentirà di recuperare consensi tra le frange meno assoggettabili alle lusinghe programmatiche o di partito. Sebbene, infatti, la partita per il campidoglio vedesse il candidato dell’intera sinistra in vantaggio di cinque punti, comunque all’indomani del 14 aprile manteneva aperta una competizione, che in passato si sarebbe chiusa già al primo turno. Questo inoltre accadeva, tra due candidati che già in passato si erano sfidati, e che così come allora aveva visto, rutelli prima e veltroni dopo, prevalere su alemanno o comunque sul candidato della destra. Oltre tutto, e in questo risultano determinanti gli ultimi avvenimenti di cronaca, se rutelli già al primo turno aveva recuperato la quasi totalità del recuperabile, non può dirsi lo stesso per alemanno. Il candidato del pdl infatti, forte del risultato nazionale che ha ridimensionato le ambizioni politiche di alcuni partiti, può recuperare terreno, non solo attraverso il recupero dei voti dell’udc e della destra, ma anche cavalcando l’onda della sicurezza. Difficilmente infatti, lo stesso veltroni, riuscirà a giustificare ai romani per quale ragione ad alcuni mesi di distanza dall’omicidio con stupro della reggiani, una stazione della periferia romana è stata teatro di un’altro tentato omicidio con stupro. Come difficilmente riuscirà a smontare la convizione, che oramai prende contenuto nelle menti dei suoi concittadini, che preferisce fare il cinefilo anzichè il politico. Ma nelle dinamiche del voto romano c’è dell’altro. La coalizione di centro sinistra per antonomasia, messa in piedi da rutelli, evidenzia chiaramente che la parte radicale e quella riformista o moderata della sinistra, non possono e non vogliono essere alternative o contrapposte politicamente, ma soprattutto, i cedimenti della roccaforte romana, dimostrano quanto sia stata settoriale la politica voluta per la capitale da rutelli e veltroni. Volendo poi leggere in chiave allargata il voto romano, si intravedono comunque a macchia di leopardo (inteso come voto amministrativo), i segnali di un territorio completamente scollato dall idea politica di una sinistra divisa. Come daltronde è evidente, con l’appoggio ad alemanno o più in generale al pdl, la volontà da parte dell’elettorato centrista o di destra, di ricongiungersi alla sua originaria e naturale matrice. In definitiva quindi, emerge un’italia desiderosa di salvaguardare il bipolarismo, ma allo stesso tempo di semplificarlo e ammodernarlo, attraverso il consolidamento del pd e del pdl, che a questo punto sono destinati ad inghiottire i pezzi di elettorato, che non vogliono rimanere autonomi. La sintesi politica del prossimo parlamento, non sarà pertanto la stessa degli enti locali, e questo non solo per le mutazioni che una linea politica subisce man mano che penetra nel territorio, ma anche e soprattutto per il modo diverso di intendere determinate prospettive, che magari viste dalla parte del territorio, sono più propense all’idea rutelliana del centro sinistra piuttosto che a quella veltroniana o bertinottiana dello stesso. Queste per il momento le premesse, aspettiamo l’esito dei ballottaggi per le conferme.

Auro Buttiglione

 

Chissà cosa penserebbe Aldo Moro se sapesse che è stata proprio la Facoltà di Giurisprudenza di Bari, dove egli ha non solo conseguito la laurea in legge ma anche e sopratutto elaborato in qualità di professore di Diritto Penale le teorie più brillanti, a negare il parere relativo all’intitolazione dell’Università degli Studi di Bari alla sua memoria, cambiandone l’intestazione in “Università del Levante Aldo Moro”. Probabilmente, da uomo mite e dotato di una vivacissima intelligenza qual’era, avrebbe silenziosamente accettato l’incomprensibile voto contrario da parte del consiglio di facoltà non senza però sorridere della mancanza di pragmatismo dei suoi successori. Da mio punto di vista, che poi sarebbe quello di uno studente della suddetta facoltà ed ex rappresentante degli studenti, è difficile comprendere le ragioni che hanno spinto i professori ed i miei colleghi membri del consiglio a negare il via libera ad un’iniziativa che donerebbe senza ombra di dubbio lustro alla nostra Facoltà, non fosse altro per il fatto che Aldo Moro è stato il personaggio più importante che si sia formato ed abbia insegnato nelle aule da noi oggi frequentate. Non credo sia un caso che l’aula magna di Giurisprudenza sia intitolata alla sua autorevolissima persona, ed allora perchè intralciare anche solo moralmente l’iter che porta ad un riconoscimento che a 30 anni dalla tragica morte sembra essere il suggello naturale ad una vita spesa per lo studio, l’insegnamento e per lo Stato? Tanto più che gli organi dotati di maggior potere ed influenza, quali sono il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione, hanno accolto positivamente la proposta del Magnifico Rettore Corrado Petrocelli approvando quasi all’unanimità il punto relativo al cambio di intestazione per l’Università, ci si aspettava che alla notizia la Facoltà di Legge gonfiasse il petto per l’orgoglio. Insomma Aldo Moro è un patrimonio per la nazione intera, i partiti di oggi litigano quasi quotidianamente sull’attribuzione dell’eredità politica e di pensiero del cinque volte Presidente del Consiglio, è stato uno degli statisti più illuminati che il nostro Paese possa vantare, un uomo con un fortissimo senso della famiglia, con una fervente fede e un senso dello Stato praticamente unici. Un’esempio per tutti noi, intitolare a lui il nostro “tempio del sapere” è quanto di più moralmente corretto possa fare l’Università, e mi complimento umilmente con il Magnifico Rettore per la splendida iniziativa. Invito invece i miei colleghi di facoltà ad una riflessione un pò più approfondita sulla questione, magari convocando un’assemblea pubblica cui possano partecipare ed esprimere la propria idea tutti gli iscritti interessati, perchè trattasi di una tematica riguardante non solo meri interessi politici di associazionismo universitario, ma anche e sopratutto l’identità storica nella quale gli studenti che si trovano a rappresentare si riconoscono.

Danilo G. Cacucciolo

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